5/04/2007

L’importanza del pubblico a teatro.
È sempre difficile fare riferimento a una voce come "teatro" senza perdersi nell’imbarazzo della scelta dei significati. Dire "il pubblico a teatro" è come dire "il sugo nella pasta". Quale sugo? Quale pasta? Uno dei pregiudizi atavici che inchiodano il teatro all’impopolarità è il viverlo come sinonimo di cultura. Una volta era così. In mancanza di passatempi invadenti come ai giorni nostri non restava che il pulpito dei parroci o quello degli attori. La sacralità del rito gli è rimasta appiccicata addosso e nemmeno sessant’anni in formato "teatro stabile" sono riusciti a dissiparla. Si va a teatro con sospetto. Il tipico atteggiamento difensivo nei confronti di ciò che si percepisce come inessenziale. Ne deriva un sillogismo elementare: il teatro è cultura. La cultura e inutile. Il teatro è inutile. Il che, misurato col metro della partecipazione, risulta vero. La gente non va a teatro. Ribaltando il sillogismo potremmo concludere che la gente è ignorante. Sarebbe troppo facile. Anche se in parte vero. Ma parlare della gente è un po’, per rimanere in tema, come parlare della pasta. Troppo generico. È compito del critico specificare, scendere nei dettagli. Chi non va a teatro e perché. Perché costa troppo, perché è noioso, perché è un ambiente snob, perché non si è abituati a farlo, perché troppa avanguardia, perché troppa confusione di generi, perché troppa ignoranza, perché ce ne sono pochi, perché no e basta.
Forse… perché ci sono produzioni elefantiache che pretendono di infliggere allo spettatore il supplizio di Beatrice Cenci? O forse perché ci sono parassiti dai lavori inguardabili che si attaccano al ventre dei comuni succhiando sangue come zecche? Molto più che supposizioni, direi. Fuori i nomi, allora. Non avete l’elenco telefonico? La proposta è quella di prendere un numero a caso, chiamare invitando l’interlocutore a teatro.

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